Il pianeta irritabile di Paolo Volponi (Einaudi, 2014)

Se in casa possiedi due copie de Il pianeta irritabile* di Paolo Volponi edito da Einuadi nel 1978, entrambe in formato analogico e pubblicati in tempi più recenti, l’obbligo di lettura scala la classifica di quelli che stazionano nella mia libreria. Tra l’altro lavorando ad Urbino e passando davanti l’abitazione dell’autore quasi quotidianamente lo scrupolo bibliotecario mi ammonisce ad ogni passaggio sia all’andata che al ritorno.

C’è un però.

Fin dalle prime pagine la scrittura e la trama non mi hanno appassionato. Mi perdonino i cultori di Volponi. La lettura mi ha messo in difficoltà, ma non ho mollato alla prima pagina. Ci mancherebbe! Così mi sono imposta di farlo per piccole dosi omeopatiche: due, massimo tre, pagine al giorno. Rigorosamente la mattina appena sveglia, quando il mio cervello ha una resa migliore. Come se non bastasse: a voce alta.

La terzogenita, mattuttina come la sottoscritta, ha iniziato ad alzarsi apposta presto per ascoltare la storia. Non per lo stupore e l’incanto che un romanzo di solito crea, ma per capire perché quelle parole erano così complicate da seguire. E soprattutto dove andasse a parare Volponi.

Eppure la quarta di copertina recita: “Nel 2293 quattro esseri viventi – la scimmia Epistola, feroce e terrorista, l’oca Plan Calcule, l’elefante Roboamo e un nano dai molti nomi – si sottraggono alle ceneri di un’esplosione atomica e iniziano un viaggio alla ricerca di un’improbabile salvezza in un nuovo universo. I quattro grotteschi cavalieri dell’Apocalisse devono eliminare ogni ostacolo ed essere vivente che incontrano sul loro cammino, mentre tra scoppi d’ira, fantasie di massacro, incubi della materia, l’imitatore del canto di tutti gli uccelli li segue senza rivelarsi, in vista dell’ultima grande battaglia. Pubblicato per la prima volta nel 1978, il libro contiene un’ammonizione e una speranza, oggi ancora piú attuali. Il naufragio del pianeta è evitabile se la vita sarà protetta dal grande nemico del gruppo: la deficiente razionalità del sistema economico.”

Una visione tanto apocalittica lascia, oltre alla difficoltà della lettura, un senso di amarezza che la quarantena appena vissuta a causa del Covid-19 amplifica. Mai come in questo momento certi ammonimenti letterari risuonano nella mie corde molto più di quanto non succedesse prima.

Non è un libro che consiglio a chi ha voglia di azione o di leggere moderne avventure distopiche che nel frattempo il mercato ha messo in circolazione in grande quantità.

Una cosa è certa: il finale fa riflettere, anche se per raggiungerlo ci ho messo quasi un mese di tempo. E più per dovere che per piacere.

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