Pastorale americana di Philip Roth (Einaudi, 1998)

Ho comprato Pastorale americana* di Philip Roth nel 2013, in una delle mie tante scorribande in libreria attratta dagli sconti del momento. Adoro Einaudi, la storia della casa editrice, gli autori  che sono arrivati nel nostro paese grazie ai suoi editor e la sua grafica. Quindi pur avendo un ereader certe occasioni non mi sfuggono. In quell’occasione ho preso questo romanzo e lasciato lì in attesa di tempi migliori. Purtroppo – e questo è un monito che lascio a chi mi legge – mi sono fatta condizionare da una collega amica grande lettrice che mi aveva detto, all’epoca dell’acquista che quel romanzo era l’unico che non fosse mai riuscita a terminare. Stimando la persona e conoscendo i suoi gusti, ho creduto, a torto, che non sarei riuscita mai a leggerlo nemmeno io.

La settimana scorsa è scattato un clic e ho deciso di affrontarlo. Una delle mie grandi passioni letterarie, una delle tante, riguarda le saghe familiari e chi meglio dei romanzieri e saggisti ebrei riesce a fare? Per me, nessuno!

E’ così che sono entrata in punta dei piedi nella storia della famiglia Levov. Come non empatizzare con lo Svedese? Impossibile. Pagina dopo pagina mi sono sentita Seymour, il protagonista. Il personaggio perfetto, la persona che tutti vorremmo incontrare, con la vita che però non gli perdona di essere quello che è stato. Il set in cui è ambientato il romanzo sfiora anni di storia americana. Sono arrivata alla fine senza fiato, tanto mi ha coinvolto.

E qui torno a darvi un consiglio. Mai parlare di un classico con qualcun altro, dando per scontato che non l’abbia letto come voi. C’è lo stesso rischio di cui sopra: che vi rovini il finale.

Così è successo a me. Di mio rallento sempre alla fine di un libro che mi ha accalappiato fino all’ultima parola. Voglio assaporarne ogni virgola, ogni sfumatura, ogni frase.

Tornare indietro a spulciare le orecchie lasciate a futura memoria come: “[…] capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e male e poi male e, dopo un attento esame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando“.

Oppure: “Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.”

Ancora: “Ci sono cento modi diversi di tenere la mano di una persona. Ci sono i modi in cui tieni la mano di un bambino, i modi in cui tieni la mano di un amico, i modi in cui tieni la mano di un anziano genitore, i modi in cui tieni le mani dei parenti, dei morenti, dei defunti. Lui tenne la mano di Dawn come un uomo tiene la mano della donna che adora, con tutta l’emozione che si riversa nella stretta, come se la pressione sul palmo della mano producesse uno scambio spirituale, come se l’intrecciarsi delle dita simboleggiasse ogni intimità.”

E: “Per tutta la vita lui si era sforzato di non fare mai cose sbagliate, e quello che aveva fatto era questo. Tutti gli sbagli che si era trattenuto dal fare, che aveva seppellito più profondamente che poteva, erano venuti alla luce comunque […].”

Per superare l’incidente, ho riletto il finale due volte. Nessuno poteva o aveva il diritto di rovinarmi la mia lettura.

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