Jane Eyre di Charlotte Brontë (Mondadori, 1996)

Ho letto Jane Eyre* di Charlotte Brontë al liceo. Tantissimi anni fa. Il romanzo era parte della mia esposizione della maturità da liceale (quando ancora i voti si davano in sessantesimi, per capirci).

Mi era piaciuto tanto, ma con la passione velata con cui si poteva leggere un testo suggerito dalla scuola.

Devo essere altrettanto onesta: è proprio grazie al liceo che mi sono avvicinata ai grandi classici della letteratura internazionale e che ancora adesso, visto che sono sempre meno propensa ad “assaggiare” campioni d’incassi editoriali, restano un rifugio sicuro. In fondo se sono sopravvissuti nel tempo un motivo ci sarà.

Comunque la copia che possiedo non è quella di allora. Sono incapace di conservare niente nel tempo, figuriamoci i libri di quando ero un’adolescente. Però l’ho ricomprato ed è rimasto nella mia libreria fino alla settimana scorsa, quando ho deciso che avevo bisogno di leggere qualcosa di vagamente romantico, con quel non so che di gotico, immerso nella brughiera inglese.

L’ho ri-letto in quattro giorni. Mi sono appassionata nuovamente a Jane, con la consapevolezza di una cinquantenne, ed ho anche capito perché allora mi era piaciuto così tanto. L’evoluzione della protagonista, la capacità di riuscire nonostante tutte le avversità, la scelta – nemmeno troppo difficile per la sottoscritta – tra Mr Rochester e St John, la misteriosa Grace Pool. Sì, insomma la Brontë continua a intrigarmi, come l’intera letteratura ottocentesca (non solo inglese).

Per chi non l’ha mai letto lo consiglio vivamente.

Mi sono documentata e ho verificato che ci sono state diverse versioni cinematografiche. Non mi ci sono mai imbattuta, né le ho cercate (anche perché non mi piace vedere film tratti da libri che ho apprezzato per paura che la riduzione su pellicola mi deluda). Adesso però sono cresciuta e non è detto che non sfidi certe mie idiosincrasie.

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