Il solito banale storytelling

C’è chi rientra dalle ferie piena di energie e chi, come la solita Simonetta, riparte con qualche normale certezza.

Nata, è nata.

Cresciuta, lo è gioco forza.

E poi tutto si attorciglia, quando lei diventa palcoscenico – oltre che per la sua mente contorta capace di farsi beffe di sé stessa – per gli altri in versione soap-lettori.

Non è una nativa digitale, ma nel virtuale ci si è trovata dentro, scoprendo che in fondo poteva essere un bel gioco.

– Perché no?

Se da bambina l’unica fonte di informazione era il Gazzettino, da grande le notizie sono a portata di un click. Se poi le news non riguardano solo Barack, ma anche le vacanze di quella del piano di sopra, tanto meglio. Le sta pure simpatica.

Aprire la pagina di un social – che per definizione dovrebbe facilitare la condivisione umana, ma che, guarda un po’, offre anche l’ultima guarigione da Ebola in chiave gossip – la fa sentire inadatta anche per quel virtuale, perché lei, la solita, nei suoi quarantacinque anni, è una donna, con le sue rughe, i suoi chili mal distribuiti, i suoi tre figli (che si potrebbero ostentare, ma che no, è meglio di no). Eppure lei, cioè io, c’è. E allora?

Suo marito farebbe ricorso al concetto di discrimine. Sono giorni che ne parlano. È un’astrazione, ma che con la loro realtà ha tanto a che fare. E in fondo lo sanno bene da anni: loro sono astratti anche nella vita reale.

Il confine sta tutto là, nel correre dietro alla scia che le fa vedere l’unica strada percorribile oppure no.

Ecco, lei è quella del no. Non è un no a prescindere. È un no assaggiato, masticato, ingoiato, che alla fine qualche mal di pancia glielo presenta (quando ormai è troppo tardi, magari).

– Mamma, ma chi ha ragione, la scienza o Dio? – le ha chiesto suo figlio.

– La scienza.

– E allora Dio?

– Dio è venuto prima. Prima di Galileo Galilei, prima del metodo scientifico. Quando le persone si chiedevano cosa ci fosse prima di noi, delle formiche, degli scogli e della neve.

– Cioè?

– Avevano bisogno di storie. Eccezionali, qualche volta.

E si continua a cercare storie (in)solite.

Del dirimpettaio, di quella che allora cercava di fare carriera sotto la scrivania della Casa Bianca (una Maddalena più laica, né la prima né l’ultima), di quello che abbandonava la nave pronta a colare a picco (un topo dalle fattezze troppo umane).

Eppure ce n’è bisogno, comodamente svaccati in divano.

Il solito banale storytelling.

Le solite cose: elogio della normalità.

E voi, quanto bisogno di normalità avete?